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Antropografiee mediterranee. Mappe dell’umano tra luoghi, memorie e appartenenze | MIPphest2026

10^ Festival Internazionale di fotografia e arti visive
25/06 > 31/08/2026
M A T E R A
Archivio di Stato Matera



A cura di Maristella Trombetta, Docente di Storia dell'Estetica Università A. Moro Bari
Direzione artistica Antonello di Gennaro


Le fotografie diventano in questo progetto mappe sensibili. Non indicano rotte da seguire, ma esperienze da attraversare.
I quattordici artisti di riconosciuto profilo internazionale di questo progetto: Melania Avanzato (Francia), Ruben Buhagiar (Malta), Carla Cantore (Italia), Michele Carmineo (Italia) , Kevin Cascha (Malta), Antonello Di Gennaro (Italia), Enzo Ferrari (Italia), Zacharie Gaudrillot-Roy (Francia), Christian Gold-Kurz (Austria), Maurizio Guarino (Italia), Marcela Grassi (Spagna), Pygmalion Karatzas (Grecia), Maria Pansini (Italia), Simonetta Prestinenzi (Italia) compongono il proprio Mediterraneo attraverso frammenti apparentemente dispersi: una luce che accarezza una superficie, il profilo di una costa, una presenza umana che si dissolve nel paesaggio, un dettaglio che trattiene il peso della memoria. In queste immagini non vi è nulla di monumentale. Vi è piuttosto l'attenzione per ciò che sfugge, per ciò che resta ai margini del racconto, per quella dimensione atmosferica che precede ogni definizione e che costituisce il tessuto invisibile del nostro rapporto con il mondo.

Come hanno mostrato le riflessioni contemporanee sullo spazio e sulla percezione, non abitiamo semplicemente dei luoghi: siamo abitati dalle atmosfere che essi generano. I paesaggi non sono scenari neutri davanti ai nostri occhi, ma campi di risonanza emotiva, memorie incarnate, esperienze che plasmano il nostro modo di sentire e di comprendere.

In questa prospettiva il Mediterraneo appare come una grande atmosfera culturale. Un mare che non separa ma connette. Un archivio vivente di civiltà, lingue, gesti e immaginari. Un orizzonte condiviso nel quale differenze e prossimità si incontrano incessantemente.

Antropografiee mediterranee. Mappe dell’umano tra luoghi, memorie e appartenenze | MIPphest2026
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Cosa rimane dell'identità ereditata dai nostri genitori quando emigriamo verso altre coste? I miei genitori, figli delle isole del Mediterraneo, non sono mai riusciti a lasciare la loro luce, che profuma di pino ed erba secca. Eppure, anche se la terra è la stessa, i gesti sono diversi e le voci del vento raccontano altre storie. Questi andirivieni mi hanno reso, come molti altri, una persona preoccupata e attenta al minimo cambiamento.
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Melania AVANZATO || ATTRAVERSANDO LA LUCE
Cosa rimane dell'identità ereditata dai nostri genitori quando emigriamo verso altre coste?
I miei genitori, figli delle isole del Mediterraneo, non sono mai riusciti a lasciare la loro luce, che profuma di pino ed erba secca. Eppure, anche se la terra è la stessa, i gesti sono diversi e le voci del vento raccontano altre storie. Questi andirivieni mi hanno reso, come molti altri, una persona preoccupata e attenta al minimo cambiamento.
Il progetto esplora la forma nuda del paesaggio attraverso una visione essenziale e immersiva, che elimina ogni elemento superfluo per mettere in risalto la struttura profonda del territorio. Le immagini rivelano la materia della natura nella sua dimensione più pura: stratificazioni di roccia, flussi d'acqua, superfici di terra e trame vegetali si intrecciano in un equilibrio fragile e primordiale. Il territorio emerge come organismo vivo, modellato dal tempo e dagli elementi, sospeso tra permanenza e trasformazione.
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Ruben BUHAGIAR || NATURE NUDES
Il progetto esplora la forma nuda del paesaggio attraverso una visione essenziale e immersiva, che elimina ogni elemento superfluo per mettere in risalto la struttura profonda del territorio. Le immagini rivelano la materia della natura nella sua dimensione più pura: stratificazioni di roccia, flussi d'acqua, superfici di terra e trame vegetali si intrecciano in un equilibrio fragile e primordiale. Il territorio emerge come organismo vivo, modellato dal tempo e dagli elementi, sospeso tra permanenza e trasformazione.
Lo spazio, nelle immagini, si presenta come una trama essenziale di relazioni tra luce, colore e superficie, dove naturale e costruito si avvicinano fino a sfiorarsi. Il colore non è elemento descrittivo, ma presenza attiva che definisce la forma e ne orienta la percezione. L’architettura maltese si inserisce nel paesaggio marino come elemento di equilibrio fragile, fatto di prossimità e distanza, di soglie che raccontano il rapporto continuo tra abitare e orizzonte. La presenza umana rimane laterale, quasi sempre implicita, affidata a segni minimi, a frammenti che suggeriscono più che dichiarare. Ne deriva una lettura stratificata del reale, in cui ambiente e vita quotidiana si sovrappongono senza gerarchie, costruendo un campo visivo sobrio e insieme denso di rimandi.
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Carla CANTORE || SOGLIE DEL VISIBILE MALTA
Lo spazio, nelle immagini, si presenta come una trama essenziale di relazioni tra luce, colore e superficie, dove naturale e costruito si avvicinano fino a sfiorarsi. Il colore non è elemento descrittivo, ma presenza attiva che definisce la forma e ne orienta la percezione.
L’architettura maltese si inserisce nel paesaggio marino come elemento di equilibrio fragile, fatto di prossimità e distanza, di soglie che raccontano il rapporto continuo tra abitare e orizzonte.
La presenza umana rimane laterale, quasi sempre implicita, affidata a segni minimi, a frammenti che suggeriscono più che dichiarare. Ne deriva una lettura stratificata del reale, in cui ambiente e vita quotidiana si sovrappongono senza gerarchie, costruendo un campo visivo sobrio e insieme denso di rimandi.
È un progetto che unisce migranti di varia provenienza intorno al tema del Cibo simbolo e legame vivo e forte con le radici e la cultura della terra d’origine. Dopo un percorso di formazione professionale sono diventati cuochi e hanno creato a Bari il ristorante etnico ETHNIC COOK. Con Ana Estrela, afrobrasiliana conduttrice del progetto abbiamo creato il libro che raccoglie storie personali, ricette e ritratti di ventuno migranti, cercando di cogliere la bellezza, la leggerezza e la gioia che ognuno di loro porta con sè e diventa il Dono che ci fanno attraverso la loro cultura e il cibo. È un’esperienza di riscatto sociale, di interazione tra culture e di integrazione con il territorio ospitante.
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Michele CARNIMEO || ETHIC COOK
È un progetto che unisce migranti di varia provenienza intorno al tema del Cibo simbolo e legame vivo e forte con le radici e la cultura della terra d’origine. Dopo un percorso di formazione professionale sono diventati cuochi e hanno creato a Bari il ristorante etnico ETHNIC COOK.
Con Ana Estrela, afrobrasiliana conduttrice del progetto abbiamo creato il libro che raccoglie storie personali, ricette e ritratti di ventuno migranti, cercando di cogliere la bellezza, la leggerezza e la gioia che ognuno di loro porta con sè e diventa il Dono che ci fanno attraverso la loro cultura e il cibo. È un’esperienza di riscatto sociale, di interazione tra culture e di integrazione con il territorio ospitante.
Un viaggio visivo nel ritmo della vita urbana: volti, strade, luci e attese raccontano la città come spazio di incontri e contrasti. Le fotografie colgono frammenti di quotidianità, trasformando gesti ordinari in storie che rivelano l’identità mutevole del paesaggio urbano contemporaneo.
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Kevin CASHA || PHOTOLIFE - MALTA
Un viaggio visivo nel ritmo della vita urbana: volti, strade, luci e attese raccontano la città come spazio di incontri e contrasti. Le fotografie colgono frammenti di quotidianità, trasformando gesti ordinari in storie che rivelano l’identità mutevole del paesaggio urbano contemporaneo.
Questo progetto autoriale nasce da una ricerca di antropologia visiva condotta in una piccola comunità Albanese, luogo in cui memoria, tradizione e appartenenza continuano a plasmare l'identità della collettività. Attraverso immagini che intrecciano ritratti, dettagli e scene della sacralità, il progetto indaga il valore della ritualità come espressione culturale e collettiva. Particolare attenzione è rivolta ai costumi tradizionali albanesi, simboli di una storia condivisa, di radici profonde e di una fede che si manifesta attraverso gesti, celebrazioni e pratiche tramandate nel tempo. Lo sguardo fotografico si sofferma sui segni materiali e immateriali che definiscono il senso di appartenenza, restituendo una narrazione visiva che va oltre la documentazione etnografica e invita a riflettere sul dialogo tra conservazione della tradizione e trasformazioni del presente.
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Antonello DI GENNARO || LE RADICI CHE CANTANO IL SACRO
Questo progetto autoriale nasce da una ricerca di antropologia visiva condotta in una piccola comunità Albanese, luogo in cui memoria, tradizione e appartenenza continuano a plasmare l'identità della collettività.
Attraverso immagini che intrecciano ritratti, dettagli e scene della sacralità, il progetto indaga il valore della ritualità come espressione culturale e collettiva.
Particolare attenzione è rivolta ai costumi tradizionali albanesi, simboli di una storia condivisa, di radici profonde e di una fede che si manifesta attraverso gesti, celebrazioni e pratiche tramandate nel tempo. Lo sguardo fotografico si sofferma sui segni materiali e immateriali che definiscono il senso di appartenenza, restituendo una narrazione visiva che va oltre la documentazione etnografica e invita a riflettere sul dialogo tra conservazione della tradizione e trasformazioni del presente.
Il Mar Piccolo, il mare interno di Taranto, il suo cuore introspettivo. Mar Piccolo è crogiolo di storia e sentimenti, scrigno di sacralità piscatoria, eremo di anacoreti urbani in cerca di solitudine. È richiamo ancestrale, luogo mistico, seno di acque stagnanti e vita che guizza dal fondo. È buio e luce: metafora della grazia, della poesia e delle fragilità di una terra in cerca di una nuova identità.
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Enzo FERRARI || MARE PICCOLO
Il Mar Piccolo, il mare interno di Taranto, il suo cuore introspettivo.
Mar Piccolo è crogiolo di storia e sentimenti, scrigno di sacralità piscatoria, eremo di anacoreti urbani in cerca di solitudine. È richiamo ancestrale, luogo mistico, seno di acque stagnanti e vita che guizza dal fondo.
È buio e luce: metafora della grazia, della poesia e delle fragilità di una terra in cerca di una nuova identità.
Realizzata a Matera, questa serie di fotografie è un tassello infimo di un quadro più ampio, un tassello composto da frammenti di un mondo vasto e fluttuante, in cui i personaggi, moderne solitudini, sono immersi in uno scenario che loro appare estraneo, eppure carico di storie passate o latenti. Il lavoro che segue, sebbene in un certo senso seriale, non deve tuttavia essere considerato come una serie chiusa, essendo solo un tassello infimo di un quadro più ampio — un tassello composto da frammenti di un mondo vasto, in costante mutamento, che qui si riflette attraverso il mio sguardo, seguendo il corso delle mie peregrinazioni. Fragments des Jours* è quindi un corpus di lavori diversi — di cui questo fa parte — che tendono tutti verso un unico punto, ma da diverse angolazioni, in luoghi diversi e, soprattutto, in giorni diversi. Questo punto è la modernità, la mia, la nostra, quella che ci attraversa mentre percorriamo le città o le campagne, la modernità che piega l’individuo sotto il peso del tempo e che, tuttavia, lo rivela alla luce del giorno, come un punto infinitesimale, forse cieco, carico di stranezza, di solitudine, di mutismo nonostante il tumulto, perché intrappolato nelle maglie dell’eterno quotidiano. Qui si parla di Matera, scenario carico di storie passate o latenti; mentre là e tutt’intorno gravitano altri luoghi di cui parlerò un giorno, — un altro giorno in molteplici frammenti.
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Zacharie GAUDRILLOT-ROY || FRAGMENTS DES JOURS
Realizzata a Matera, questa serie di fotografie è un tassello infimo di un quadro più ampio, un tassello composto da frammenti di un mondo vasto e fluttuante, in cui i personaggi, moderne solitudini, sono immersi in uno scenario che loro appare estraneo, eppure carico di storie passate o latenti. Il lavoro che segue, sebbene in un certo senso seriale, non deve tuttavia essere considerato come una serie chiusa, essendo solo un tassello infimo di un quadro più ampio — un tassello composto da frammenti di un mondo vasto, in costante mutamento, che qui si riflette attraverso il mio sguardo, seguendo il corso delle mie peregrinazioni.
Fragments des Jours* è quindi un corpus di lavori diversi — di cui questo fa parte — che tendono tutti verso un unico punto, ma da diverse angolazioni, in luoghi diversi e, soprattutto, in giorni diversi. Questo punto è la modernità, la mia, la nostra, quella che ci attraversa mentre percorriamo le città o le campagne, la modernità che piega l’individuo sotto il peso del tempo e che, tuttavia, lo rivela alla luce del giorno, come un punto infinitesimale, forse cieco, carico di stranezza, di solitudine, di mutismo nonostante il tumulto, perché intrappolato nelle maglie dell’eterno quotidiano.
Qui si parla di Matera, scenario carico di storie passate o latenti; mentre là e tutt’intorno gravitano altri luoghi di cui parlerò un giorno, — un altro giorno in molteplici frammenti.

Cavalli pascolano tra le rovine del Tempio del Mercato Immobiliare La fotografia ritrae cavalli al pascolo tra i bordi di cemento: un'immagine apparentemente idilliaca sullo sfondo di una promessa infranta. Dove un tempo sorgeva il "tempio del mercato immobiliare", troviamo solo i resti di un progetto mai completato. La natura si sta già riappropriando di ciò che le è sempre stato. Il muso morbido in contrasto con la dura materia crea un contrappunto tra natura e capitale. La luce è soffusa, quasi pastorale, e rende il decadimento leggibile come la calma dopo la tempesta: una silenziosa denuncia della speculazione e un'immagine di resilienza.
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Christian GOLD-KURZ || PFERDE WEIDEN AUF DEN RUINEN DES TEMPELS DES IMMOBILIENMARKTS
Cavalli pascolano tra le rovine del Tempio del Mercato Immobiliare
La fotografia ritrae cavalli al pascolo tra i bordi di cemento: un'immagine apparentemente idilliaca sullo sfondo di una promessa infranta. Dove un tempo sorgeva il "tempio del mercato immobiliare", troviamo solo i resti di un progetto mai completato.
La natura si sta già riappropriando di ciò che le è sempre stato. Il muso morbido in contrasto con la dura materia crea un contrappunto tra natura e capitale. La luce è soffusa, quasi pastorale, e rende il decadimento leggibile come la calma dopo la tempesta: una silenziosa denuncia della speculazione e un'immagine di resilienza.
Arquitectes, l'ho fotografato nel 2013, quando il Design Hub, Museo del Design di Glories, era appena stato inaugurato (e, guarda caso, il giorno del mio compleanno). Dopo aver passato la giornata intera conoscendo l'edificio, ho trasmesso l'energia urbana di un punto della cittá sempre in trasformazione. Pensa, la via elevata che si vede nell'ultima foto, ora non esiste piú, mentre l'inclinazione dell'Auditorium era stata proprio pensata per mantenere la relazione con il traffico sempre in movimento.
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Marcella GRASSI || Progetto di MBM - SPAGNA
Arquitectes, l'ho fotografato nel 2013, quando il Design Hub, Museo del Design di Glories, era appena stato inaugurato (e, guarda caso, il giorno del mio compleanno). Dopo aver passato la giornata intera conoscendo l'edificio, ho trasmesso l'energia urbana di un punto della cittá sempre in trasformazione. Pensa, la via elevata che si vede nell'ultima foto, ora non esiste piú, mentre l'inclinazione dell'Auditorium era stata proprio pensata per mantenere la relazione con il traffico sempre in movimento.
Alla "Madre Bimbi", le mamme arrivano in silenzio, a volte solo con una sola valigia, magari gialla, con qualche oggetto o poco più. Non sempre raccontano da cosa fuggono, ma lo si intuisce dai gesti misurati, dagli sguardi attenti, dal modo in cui tengono i figli vicini. Portano con sé storie spezzate, graffi della vita, e un desiderio di protezione. I bambini, invece, abitano il presente. Nei loro passi incerti, nelle mani che afferrano un gioco, negli occhi che si accendono davanti a un volto nuovo, c’è già un’altra possibilità. Il gioco diventa linguaggio, il corpo scopre lo spazio, la relazione prende forma. In mezzo agli altri imparano a fidarsi, a condividere, a immaginare. La comunità li accoglie come un tempo sospeso, un luogo dove si può ricominciare senza spiegazioni. Qui le madri possono rallentare, osservare, respirare. Qui i figli crescono, attraversando il gioco, passo dopo passo, dove la cura diventa possibilità, il gioco diventa speranza, costruendo legami, disegnando senza saperlo il proprio futuro. Queste immagini raccontano un passaggio: dalla fuga alla presenza, dalla paura alla possibilità. Un futuro che nasce ora, nei gesti piccoli, quotidiani, condivisi.
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Maurizio GUARINO || LA VALIGIA GIALLA
Alla "Madre Bimbi", le mamme arrivano in silenzio, a volte solo con una sola valigia, magari gialla, con qualche oggetto o poco più.
Non sempre raccontano da cosa fuggono, ma lo si intuisce dai gesti misurati, dagli sguardi attenti, dal modo in cui tengono i figli vicini. Portano con sé storie spezzate, graffi della vita, e un desiderio di protezione. I bambini, invece, abitano il presente. Nei loro passi incerti, nelle mani che afferrano un gioco, negli occhi che si accendono davanti a un volto nuovo, c’è già un’altra possibilità. Il gioco diventa linguaggio, il corpo scopre lo spazio, la relazione prende forma. In mezzo agli altri imparano a fidarsi, a condividere, a immaginare.
La comunità li accoglie come un tempo sospeso, un luogo dove si può ricominciare senza spiegazioni. Qui le madri possono rallentare, osservare, respirare. Qui i figli crescono, attraversando il gioco, passo dopo passo, dove la cura diventa possibilità, il gioco diventa speranza, costruendo legami, disegnando senza saperlo il proprio futuro.
Queste immagini raccontano un passaggio: dalla fuga alla presenza, dalla paura alla possibilità.
Un futuro che nasce ora, nei gesti piccoli, quotidiani, condivisi.
Il Monte Athos è un sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO con una vita monastica ininterrotta dal 972 d.C. La penisola si estende su una superficie di 330 km² ed è la più orientale delle tre penisole della Calcidica, nella Grecia settentrionale. Centro spirituale ortodosso con statuto autonomo fin dall'epoca bizantina. Vi si trovano 20 monasteri abitati da circa 1400 monaci, insieme a decine di strutture sussidiarie: sketae, kellia e kathismata (unità abitative più piccole per la contemplazione ascetica al di fuori della vita comunitaria dei monasteri). La trasformazione della penisola in un luogo sacro ha reso il Monte Athos una creazione artistica unica, che unisce la bellezza naturale e incontaminata del paesaggio con le forme integrate dell'architettura dei monasteri. La sua scuola di pittura ha influenzato la storia dell'arte ortodossa. Nel corso dei secoli è diventato un vero e proprio conservatorio di arte religiosa, che spazia dagli affreschi alle icone portatili, dagli oggetti d'oro ai ricami e ai manoscritti miniati.
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Pygmalion KARATZAS || ST. DIONISIOU MONASTERY Mount Athos, GREECE
Il Monte Athos è un sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO con una vita monastica ininterrotta dal 972 d.C. La penisola si estende su una superficie di 330 km² ed è la più orientale delle tre penisole della Calcidica, nella Grecia settentrionale. Centro spirituale ortodosso con statuto autonomo fin dall'epoca bizantina. Vi si trovano 20 monasteri abitati da circa 1400 monaci, insieme a decine di strutture sussidiarie: sketae, kellia e kathismata (unità abitative più piccole per la contemplazione ascetica al di fuori della vita comunitaria dei monasteri).
La trasformazione della penisola in un luogo sacro ha reso il Monte Athos una creazione artistica unica, che unisce la bellezza naturale e incontaminata del paesaggio con le forme integrate dell'architettura dei monasteri. La sua scuola di pittura ha influenzato la storia dell'arte ortodossa. Nel corso dei secoli è diventato un vero e proprio conservatorio di arte religiosa, che spazia dagli affreschi alle icone portatili, dagli oggetti d'oro ai ricami e ai manoscritti miniati.
Balat è uno dei quartieri più vivi e contraddittori di Istanbul. Adagiato lungo il Corno d’Oro, conserva i segni del suo passato multiculturale. Qui la vita quotidiana si muove tra vicoli stretti, studenti delle scuole coraniche, giochi in strada, venditori ambulanti, anziani sulle sedie e tanti gatti.Ho scattato queste fotografie circa dieci anni fa, quando vivevo a Istanbul. Allora il quartiere era ancora lontano dai riflettori: un luogo popolare, imperfetto, ma pieno di vita reale. Questo racconto è un tentativo di restituire quell’atmosfera, quei momenti semplici che oggi, in parte, sono già cambiati.Negli ultimi anni, Balat ha vissuto una trasformazione rapida. È diventato meta di turisti, fotografi, nuove attività commerciali e residenze ristrutturate. La gentrificazione ha portato con sé un’estetica più curata, locali alla moda e nuovi investimenti. A prima vista, il quartiere appare “rinato”, più attraente agli occhi dei visitatori e del mercato immobiliare. Ma questo processo ha anche un’altra faccia: l’aumento dei prezzi, l’arrivo di nuove dinamiche economiche e sociali, e soprattutto lo spostamento forzato di molte famiglie storiche, che non riescono più a permettersi di vivere nei luoghi dove sono cresciute. In questa trasformazione si perde qualcosa di profondo: la quotidianità spontanea, l’autenticità dei rapporti umani, la memoria viva dei luoghi. Le foto raccontano com’era Balat prima che iniziasse a cambiare: una dimensione semplice, fatta di volti familiari, abitudini radicate e di una bellezza disordinata che non cercava di piacere a tutti. Un quartiere in bilico, sospeso tra memoria e trasformazione. Un invito a osservare, prima che il tempo riscriva ogni cosa.
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Simonetta PRESTINENZI || LIFE IN BALAT
Balat è uno dei quartieri più vivi e contraddittori di Istanbul. Adagiato lungo il Corno d’Oro, conserva i segni del suo passato multiculturale. Qui la vita quotidiana si muove tra vicoli stretti, studenti delle scuole coraniche, giochi in strada, venditori ambulanti, anziani sulle sedie e tanti gatti.Ho scattato queste fotografie circa dieci anni fa, quando vivevo a Istanbul. Allora il quartiere era ancora lontano dai riflettori: un luogo popolare, imperfetto, ma pieno di vita reale. Questo racconto è un tentativo di restituire quell’atmosfera, quei momenti semplici che oggi, in parte, sono già cambiati.Negli ultimi anni, Balat ha vissuto una trasformazione rapida. È diventato meta di turisti, fotografi, nuove attività commerciali e residenze ristrutturate. La gentrificazione ha portato con sé un’estetica più curata, locali alla moda e nuovi investimenti. A prima vista, il quartiere appare “rinato”, più attraente agli occhi dei visitatori e del mercato immobiliare. Ma questo processo ha anche un’altra faccia: l’aumento dei prezzi, l’arrivo di nuove dinamiche economiche e sociali, e soprattutto lo spostamento forzato di molte famiglie storiche, che non riescono più a permettersi di vivere nei luoghi dove sono cresciute. In questa trasformazione si perde qualcosa di profondo: la quotidianità spontanea, l’autenticità dei rapporti umani, la memoria viva dei luoghi.
Le foto raccontano com’era Balat prima che iniziasse a cambiare: una dimensione semplice, fatta di volti familiari, abitudini radicate e di una bellezza disordinata che non cercava di piacere a tutti. Un quartiere in bilico, sospeso tra memoria e trasformazione.
Un invito a osservare, prima che il tempo riscriva ogni cosa.
Molti immigrati africani sono impiegati nella raccolta dei pomodori nel sud Italia. Questo lavoro è duro, spesso sottopagato e quasi mai a contratto. Gli immigrati che lavorano in quest'area sono nomadi, cambiano posto ogni due o tre mesi. Non hanno una dimora fissa, si accampano nelle baraccopoli vicino alle piantagioni o in rovine abbandonate in campagna, senza elettricità né acqua corrente; a volte i comuni interessati dalla migrazione dei lavoratori predispongono tende o dormitori temporanei. La situazione più critica si verifica nel pieno dell'inverno, quando il lavoro diminuisce e il freddo rende la vita dei senzatetto estremamente difficile. Ho incontrato un gruppo di lavoratori provenienti dal Sudan e dal Ciad, accampati in un vecchio edificio abbandonato appena fuori città. Ho fatto visita a questi uomini, ho conosciuto le loro storie, frammenti di vite difficili segnate dalla distanza e dall'insicurezza. Alla fine ho chiesto loro di ritrarli e ho scelto di usare le loro coperte come sfondo, perché spesso sono l'unico riparo dal freddo e dalla luce. La coperta è l'unico confine tra il loro mondo interiore e il mondo esterno.
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Maria PANSINI || UNDER THE BLANKET
Molti immigrati africani sono impiegati nella raccolta dei pomodori nel sud Italia.
Questo lavoro è duro, spesso sottopagato e quasi mai a contratto.
Gli immigrati che lavorano in quest'area sono nomadi, cambiano posto ogni due o tre mesi.
Non hanno una dimora fissa, si accampano nelle baraccopoli vicino alle piantagioni o in rovine abbandonate in campagna, senza elettricità né acqua corrente; a volte i comuni interessati dalla migrazione dei lavoratori predispongono tende o dormitori temporanei.
La situazione più critica si verifica nel pieno dell'inverno, quando il lavoro diminuisce e il freddo rende la vita dei senzatetto estremamente difficile.
Ho incontrato un gruppo di lavoratori provenienti dal Sudan e dal Ciad, accampati in un vecchio edificio abbandonato appena fuori città. Ho fatto visita a questi uomini, ho conosciuto le loro storie, frammenti di vite difficili segnate dalla distanza e dall'insicurezza.
Alla fine ho chiesto loro di ritrarli e ho scelto di usare le loro coperte come sfondo, perché spesso sono l'unico riparo dal freddo e dalla luce. La coperta è l'unico confine tra il loro mondo interiore e il mondo esterno.
Antropografiee mediterranee. Mappe dell’umano tra luoghi, memorie e appartenenze | MIPphest2026
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