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COSCIENZA DELL'UOMO

MATERA 2019

Sulla premessa di un ciclo di allestimenti (mostre), presentate in spazi espositivi di Matera, nel corso dell’anno, con accrescimento sistematico del materiale proposto, si ipotizza la predisposizione di una concentrata visione in forma fotografica che ripercorra temi e pensieri di un impegno di autori e interpreti italiani (soltanto italiani, e -più avanti- stiliamo una motivazione sovrastante) che, senza alcuna gerarchia, né soluzione di continuità, hanno scandito tempi sociali rilevanti, affrontato tematiche esistenziali considerevoli e (anche) osservato con lievità e concentrazione trasversalità fotografiche. Consapevoli che ognuno di questi istanti, in sedi espositive coerenti, è tassello di valori in profondità, certifichiamo sia il senso di ciascuno, per se stesso, sia la propria appartenenza a un progetto complessivo coerente e mirato

Formalmente, ogni allestimento prevede e presuppone una cadenza prestabilita in accompagnamento: cerimonia di inaugurazione; là dove richiesto, convegno a tema con partecipazioni qualificate; eventuali altri eventi collaterali.

Anche quando e per quanto alcune messe in scena vengono compilate con opere formalmente mercantili, con relative certificazioni di rito, tutte le fotografie accreditate al cammino di Coscienza dell’Uomo (le cui motivazioni stanno per arrivare), esulano dai parametri consueti di “opera d’autore”, in senso mercantile e galleristico, da tempo frequentati anche nel nostro paese, ma siano sempre e soltanto intese per quella loro messa in pagina che scandisce un percorso e una direzione: ovvero, con connotati lievi di propria riproduzione visiva, indipendente dal senso altro di “opera”; ovvero, come parte di un racconto e non estrazione asettica e sterile.

Quindi, insieme, ci sono altre formalità da affrontare in prologo: dalla predisposizione di cataloghi trimestrali, che possiamo intendere come in progress, alla eventuale raccolta dei contributi forniti dai convegni di accompagnamento e/o introduzione.

Ma non è questo che fa la differenza, che stabilisce alcun valore contenutistico. Quindi, è opportuno scandire i termini di quelli che sono, per l’appunto le intenzioni (i meriti e le qualità… forse) del programma fotografico, edificato a partire e con la sostanza di considerazioni specifiche e mirate.

Da una parte, la volontà di proporre un percorso, una visione di stampo italiano. Non per provincialismo culturale e di esame, come troppo spesso accade, quando e per quanto si lamenta l’assenza del nostro paese da palcoscenici internazionali (dai quali non siamo esclusi per incapacità dei fotografi, ma per colpevole assenza di quei supporti infrastrutturali, soprattutto istituzionali, pubblici e privati, che, invece, sostengono e promuovono altre geografie). Ma per convinzione di offrire e proporre una interpretazione della fotografia, magari anche in un proprio percorso intellettivo, definita e determinata, per l’appunto, da un apporto culturalmente italiano.

Ovviamente ispirata a quella The Family of Man (La Famiglia dell’Uomo), con la quale e attraverso la quale, nel 1955, Edward Steichen stabilì un punto fermo e assoluto, all’indomani della Seconda guerra mondiale, la nostra Coscienza dell’Uomo si prospetta come punto di vista autorevole e autonomo, magari in un certo senso completamente nuovo (! con la relativa possibilità di stabilire una interpretazione originale e innovativa della storia italiana della fotografia, autentico linguaggio visivo dal Novecento). La sfida è allettante, e per questo irrinunciabile… forse.

Una visione di apertura, non chiusura. Una visione che non intende dimostrare nulla, ma suggerire domande, invitare a ragionamenti, offrire prospettive esistenziali, sollecitare interrogazioni.

Il filo ispiratore e conduttore della Coscienza dell’Uomo si richiama a quel pensiero meridiano di nobili origini (seminato da Albert Camus, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Rainer Maria Rilke, Fernand Braudel, Pier Paolo Pasolini, Ernesto De Martino, Predrag Matvejević… e altri, ancora), che il filosofo Franco Cassano ha ben esposto e articolato nel suo saggio omonimo, al quale tanta cultura italiana attinge oggi quell’idea di originalità nel confronti del Mondo che definisce, fino a caratterizzarla, una interpretazione della Vita della quale noi intendiamo sottolinearne il contributo in forma fotografica.

Dunque, non fotografi italiani in provincialismo di intenzioni (già detto, e qui ribadito e confermato), con integrazioni comunque mediterranee, ma in chiarimento di un modo di pensare e affrontare il quotidiano con pensiero umanamente proprio e definito: mai imperialista, mai colonialista, mai sovraccarico, mai violento, ma sempre nobilmente umile e rispettoso: soprattutto, del diverso (qualsiasi cosa ciò possa significare per ciascuno di noi).

Qui, corre l’obbligo di riprendere propriamente da Franco Cassano, in risposta a una esplicita domanda rivoltagli in ambito accademico:

«Il pensiero meridiano è l’idea che il Sud abbia non solo da imparare dal Nord, dai paesi cosiddetti sviluppati, ma abbia anche qualcosa da insegnare, e quindi il suo destino non sia quello di scomparire per diventare Nord, per diventare come il resto del mondo. C’è una voce nel Sud che è importante che venga tutelata, ed è una voce che può anche essere critica nei riguardi di alcuni dei limiti del nostro modo di vivere, così condizionato dalla centralità del Nord-Ovest del mondo.

«Io credo che il Sud debba essere capace di imitare, ma anche di saper rivendicare una misura critica nei riguardi di un mondo che ha costruito sull’ossessione del profitto e della velocità i propri parametri essenziali. Noi pensiamo che i paesi del mondo siano divisi tra sviluppati e quelli in via di sviluppo, e che i secondi debbano diventare come i primi. Questo è impossibile sul piano generale, perché il reddito medio dei Paesi sviluppati sarebbe impossibile a generalizzarsi, impossibile soprattutto perché ogni paese ha una sua storia attraverso la quale può interpretare lo sviluppo, costruendolo sulla base di quelle che sono le sue esigenze, di quella che è la sua storia, la propria voce.

«Cantare con la voce degli altri è una falsità. Bisogna cantare con la propria e soprattutto rivendicare alcuni elementi che appartengono al Sud. Io, in genere, do un grande significato al tema della lentezza. Non è vero che il mondo è più perfetto man mano che diventa più veloce. Ci sono alcune dimensioni dell’esperienza che sono possibili solo nella lentezza, dall’amore alla conoscenza. Pensare che tutto possa essere compresso, reso più rapido e veloce, è un’illusione che produce una serie di patologie.

«Ecco, il Sud ci può aiutare a percepire le patologie che nascono da un modello nel quale lo sviluppo e la ragione non hanno più un criterio di misura, sono diventate sregolate, prive di possibilità di governo».

Ovviamente, nella nostra ipotesi in forma di radice di pensiero, intendiamo il Sud come Italia (anche): come culla di un modo di agire proprio, nella propria sostanza diverso da quello del Nord, con tutti i propri carichi di insolenza, arroganza e sfrontatezza, soprattutto nei confronti del diverso (ancora, qualsiasi cosa ciò possa significare per ciascuno di noi).

Proprio perché italiani, i fotografi italiani si sono sempre distinti per il proprio particolare pensiero umanista, sia in ambiti specifici della fotografia del vero e dal vero, sia in applicazioni apparentemente distanti dalla registrazione della Vita nel proprio svolgersi (dalla moda al design, senza alcuna soluzione di continuità).

In apparenza di fotografie tra loro simili, soltanto sulla superficie a tutti visibile, nostra intenzione è giusto quella di segnalare e sottolineare quel filo che distingue, ha sempre distinto, la fotografia italiana in un panorama internazionale adeguatamente vasto ed eterogeneo.

Ovvero, sottolineando come il pensiero meridiano, volente o nolente, è implicito nell’essere italiani nel mondo e con il mondo. È un dono del Dna che ha stabilito anche una interpretazione fotografica che, a nostro avviso, identifica e definisce la Coscienza dell’Uomo.

Ogni momento della Storia è un crocevia. Un percorso stradale unico porta dal passato al presente, ma una miriade di vie possibili si dirama verso il futuro. Alcune di queste strade sono ampie, lisce, ben segnate, e -perciò- sono quelle che più probabilmente verranno prese; ma, qualche volta, la Storia -o chi fa la Storia- compie svolte inaspettate. In propria missione, indipendentemente dall’eventuale evidenza e esuberanza del soggetto, e in maiuscola volontaria e consapevole, la Fotografia è una forma di comunicazione visiva che, in modo proprio, rivela e sottolinea questo che abbiamo appena definito “percorso stradale”, offrendo fantastici s-punti di riflessione. In alcuni casi, riesce a farlo meglio di altre forme di comunicazione; in altri, agisce insieme con altre forme di comunicazione.

Nel contenitore di Coscienza dell’Uomo sono considerati soprattutto, e forse addirittura soltanto, passi fotografici autonomi e risolutivi per se stessi. In relazione al tema affrontato, individuato nell’Esistenza, piuttosto che tra sue pieghe (e ci riferiamo a quei complementi sulla fotografia in quanto tale… tanti ce ne sono nel programma), ognuno è esemplare nel rivelare come certi accadimenti si manifestano e nello spiegare perché si sia arrivati a questo. Da cui, una domanda è spontanea: qual è la differenza tra descrivere “come” e spiegare “perché”? e in che modo e misura la Fotografia è comunicazione opportuna per il doppio assolvimento? Descrivere “come” significa ricostruire la serie di eventi specifici che hanno condotto ogni situazione da un punto a un altro. Spiegare “perché” significa individuare i nessi che dimostrano la consequenzialità degli eventi.

Ancora: descrivere “come” è azione iniziale e originaria del fotografo, magari di tutti i fotografi; spiegare “perché” è impegno soltanto di quei fotografi (in pensiero meridiano) che non si fermano all’esuberanza visiva del proprio soggetto, ma approfondiscono sotto traccia. A conseguenza, spiegare il “perché” non è azione che si esaurisce al momento dello scatto, ma si estende lungo l’iter di presentazione e visualizzazione della fotografia, magari in forma di allestimento scenico in mostra. Quindi, spiegare il “perché” si basa e dipende da una partecipazione attiva del pubblico, che entra in sintonia con la fotografia: non con la sua ridondanza apparente, ma nei suoi contenuti compresi.

Già… Coscienza dell’Uomo. Un invito a osservare, piuttosto di giudicare. Una esortazione a pensare, invece di credere.


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