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JAMES BOND TRA I SASSI

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Il 27 settembre 2021 si inaugura a Matera alle ore 19:00 in via delle Beccherie, 41 Matera,
presso la Arti Visive Gallery la mostra fotografica “James Bond tra i Sassi” del fotografo e redattore free lance Roberto Montanari.
L’evento è promosso, sostenuto e organizzato dal MIP Matera International Photography e
dal CNA Comunicazione e terziario avanzato – Sez Fotografia.

Il Progetto fotografico è stato realizzato durante le lavorazioni del film ‘No Time To Die’, negli antichi rioni Sassi di Matera nel 2019. Il film sarà presentato al pubblico in occasione della prima mondiale a Londra e la prima nazionale a Matera.

Un importante evento che si aggiunge alla lunga lista di produzioni cinematografiche a livello
internazionale nella città di Matera.
L’esposizione sarà accompagnata da una slide show, per raccontare con gli occhi del reporter:la tecnologia, la professionalità del cast e dei tecnici, la solidità della produzione impreziosite dallo sfondo unico degli antichi rioni Sassi di Matera.
Le fotografie realizzate nello stile del reportage, dal fotografo osservatore non inviato, si propongono di fissare nella memoria collettiva il passaggio del ruolo dei Sassi di Matera, da protagonisti dei film storico religiosi, già cambiato con la realizzazione di un'altra produzione e di due fiction, a protagonisti del moderno cinema d’azione e, di sottolineare il ruolo mai tramontato della fotografia di reportage come testimonianza di momenti storici.

Nella serata inaugurale saranno presenti: l’autore Roberto Montanari, il Direttore artistico del
MIP Antonello Di Gennaro e la Presidente Carla Cantore, il presidente CNA Basilicata Leo Montemurro, Mino Di Pede e Franco Di Pede della Arti Visive Gallery. Il progetto è stato reso possibile grazie alle aziende
private sensibili allo sviluppo culturale del nostro meraviglioso territorio.

Ufficio Stampa MIP
www.materainternationalphotography.com


Ingresso libero con green pass
tutti i giorni - orari 17,30 / 20,30

Frammenti di vita

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Un centesimo di secondo qui,
un centesimo di secondo là…
anche se li metti tutti in fila,
rimangono solo un secondo, due,
forse tre secondi…
strappati all’eternità.

Robert Doisneau



Questo XX secolo, chiamato “secolo breve” da Eric Hobsbawm, potrebbe essere definito come il secolo dell’immagine, dell’immagine del tipo fotografico. Prima la fotografia, poi il cinema e dopo la televisione. Ad ogni grande evento, ad ogni grande personaggio corrisponde una immagine che lo testimonia e ne diventa l’icona nella mente degli esseri umani che sono cresciuti nel ventesimo secolo. Basta pensare a qualche avvenimento o a qualche persona e troveremo con facilità una immagine fotografica che lo rappresenta.
La fotografia è penetrata in maniera forte nella nostra vita, nelle nostre relazioni, nel nostro rapporto con il mondo e con la memoria.
C’è la credenza che la fotografia non è un equivalente, un “segno” di quello che ritrae, ma è la cosa stessa che rappresenta! Ci si dimentica che essa è una costruzione simbolica non la testimonianza oggettiva del mondo. In quanto sappiamo bene che non esiste un’unica realtà ma più realtà, a seconda dei punti di vista. Il fotografo nel momento in cui scatta delle fotografie compie delle scelte: di essere più vicino o lontano dal soggetto, di utilizzare un certo obiettivo, un iso o una certa luce, ma soprattutto ha la possibilità di togliere l’elemento principale della realtà il colore, anche se esso non viene visto nello stesso modo da tutti, il colore è arbitrario, e cambia anche esso a seconda della luce, però nonostante questo l’osservatore guardando una immagine continua a dire di vedere “un ragazzo con i jeans blu e la maglietta rossa”, questo porta la fotografia ad essere una rappresentazione soggettiva della realtà.

“Una fotografia evoca la presenza tangibile della realtà in modo più convincente di qualsiasi altro genere di immagine” John Szarkowski [1]

Le fotografie hanno però un qualcosa di magico, possono sembrare dei semplici pezzi di carta dove è impressa matericamente in maniera bidimensionale la visione del fotografo, invece se sono considerate in maniera attenta portano l’osservatore a trovarsi in quel luogo e in quell’istante, ovvero essa contiene emozioni, storie e ricordi che possono essere colte solo se vengono puliti gli strati superficiali che compongono l’immagine e la si analizza in maniera più profonda. La fotografia ha però anche un'altra prerogativa, oltre a darci un frammento di una immagine del mondo, è anche una istantanea di un istante, ne costituisce una fetta di spazio-tempo. Abbiamo l’illusione con la fotografia di fermare il tempo e così per noi essa preserva quell’istante. Le fotografie, rappresentano il nostro “pensiero visivo” che ha la caratteristica di far cogliere nella simultaneità tutto ciò che la parola ha bisogno di distribuire nella durata. Le fotografie descrivono solo il presente, rappresentato nel “momento decisivo” come lo definiva Cartier-Bresson perché in quel momento tutto è giunto ad un equilibrio, a una nitidezza ad un ordine: che porta a scattare e a trasformare in un istante l’immagine in fotografia.

“Noi fotografi abbiamo a che fare con oggetti che vanno sparendo di continuo e, quando sono del tutto spariti, nessuno strumento terreno potrà mai farli ricomparire. Non possiamo che sviluppare e stampare un ricordo” Henri Cartier-Bresson [2]


Carla Cantore Fotografa | Arteterapeuta

Bibliografia
[1] John Szarkowski (2007) p. 11 L’occhio fotografico. © 5 Continents Editions, Milano
[2] ibidem pag. 112



La rappresentazione dei fotografi di emigranti e immigrati

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Si può facilmente constatare come la società contemporanea stia dando una priorità sempre più rilevante alle immagini, anziché alla scrittura, quale mezzo di comunicazione diretta. Abbondano le fotografie di visi, di corpi, dei beni più diversi e dei luoghi più remoti, sempre a portata dei nostri occhi: sui giornali, nelle riviste, alla televisione, sui cartelloni pubblicitari e, in tempi più recenti, sui social network. Tuttavia, nel considerare le fotografie come messaggi che arrivano fino ai nostri giorni, allo storico spetta il compito di svelare la trama dei segni che li compongono. Questo significa diffidare della «naturalità» apparente dell’informazione trasmessa.

E ancora, nell’interpretare il «significato» delle immagini, appare necessario comprendere che esse sono parti costitutive di un messaggio molto complesso, fatto anche di parole. Per tali motivi ritengo preziose e strumentali le questioni trattate dalla storica Paola Corti nel suo lavoro Emigranti e immigrati nelle rappresentazioni di fotografi e fotogiornalisti, che consente ai lettori di cogliere nelle fotografie sulle migrazioni italiane l’istante nel quale il futuro si è annidato nel passato.

In questo futuro ci sono i flussi migratori manifestatisi tra la fine dell’Ottocento –momento nel quale milioni di italiani partirono – e gli ultimi due decenni quando l’Italia è passata ad accogliere gli immigrati. Se, da un lato, si constata che la direzione degli spostamenti ha invertito il proprio senso; dall’altro, si osserva un mutamento nella percezione dei suddetti processi migratori da parte della società italiana, un cambiamento nel quale i mezzi di comunicazione hanno giocato un ruolo chiave nell’anticipare e nel diffondere l’immaginario visivo sulle migrazioni. Per comprendere tale congiuntura, l’autrice ha analizzato un insieme di fotografie dell’esodo italiano successivo alla Seconda guerra mondiale, scattate da fotoreporter italiani, in relazione alle immagini prodotte durante la prima grande emigrazione italiana verso gli Stati Uniti.

In seguito, queste immagini sono state messe a confronto con quelle che ritraggono la recente immigrazione straniera in Italia, fatte dagli autori freelance e pubblicate in periodici e cataloghi fotografici su questa tema. Dall’analisi delle immagini fatte dai fotogiornalisti italiani nel secondo dopoguerra, si scopre che sono stati immortalati sostanzialmente quegli istanti del passato nei quali gli individui transitavano per le stazioni dei treni e per i posti di frontiera, ossia, le località di partenza e di passaggio. Non manca neppure la documentazione visiva delle località di arrivo, e in queste, immortalate dalle fotografie, ci sono le condizioni di privazioni nelle quali vivevano gli immigrati italiani nei nuovi paesi di accoglienza, così come le precarie abitazioni familiari, gli alloggi dei lavoratori e le degradanti condizioni di lavoro dei minatori nei paesi europei, come il Belgio e la Svizzera.

Ora, un’importante rivelazione si riferisce al fatto che tali costruzioni visive erano in armonia con la rappresentazione dell’emigrazione nella cinematografia italiana dell’epoca. Così, il cinema si immerse nel clima di crisi economica, politica e sociale dell’Italia del secondo dopoguerra e poi si erse a critico di questa realtà con veri capolavori che narravano la dura vita quotidiana degli italiani in altri paesi e in altri mondi. In questo senso, accanto alla critica, il cinema descrive minuziosamente il tragitto che milioni di italiani percorsero: rappresenta i luoghi di partenza e di arrivo, confronta modi, gesti e comportamenti, allo stesso tempo in cui narra l’ambiguità di cosa significhi «essere italiano» all’estero.

Infine, è l’esame delle fotografie relative all’immigrazione straniera contemporanea nell’Italia che ritengo cruciale e prezioso per confermare il ruolo dei mezzi di comunicazione nella costruzione e nella divulgazione di una certa percezione dei fenomeni migratori. Tale percezione, in un primo momento, si mostrò benevola, pietosa e solidale per quanto riguardava il diritto di ogni individuo a continuare la propria vita in un qualsiasi luogo del mondo in cui si senta realizzato.

Però, in un secondo momento, l’immagine che è prevalsa nella produzione fotogiornalistica recente, si è distinta nel registrare e nel divulgare fino allo sfinimento il viaggio e l’arrivo degli immigrati sul territorio italiano, a centinaia e a migliaia. Di conseguenza, il presente si è tinto con i colori della paura di una «invasione» e ha virato verso l’intolleranza. E il futuro? Il futuro, afferma Paola Corti, può stare negli occhi e negli obiettivi degli autori freelance, forse nell’indipendenza, ma certamente nell’originalità delle loro fotografie; alla stessa maniera può essere affidato alle narrative dei cataloghi che trattano della tematica dell’immigrazione. Ma, soprattutto, sta nell’interazione imprescindibile tra i tre testi: quello visivo, quello orale e quello scritto; ossia nei nuovi messaggi elaborati con immagini e parole.

Antonello Di Gennaro - Direttore artistico

Lo Stato Sociale della Fotografia

Insieme per una nuova cultura della fotografia

LO STATO SOCIALE DELLA FOTOGRAFIA costituisce l’avamposto deputato a stimolare un significativo dibattito pubblico intorno al tema della fotografia e dell’immagine. Specialmente in quest’epoca dominata dalla ‘fotografia digitale’ che pare esibirsi sui social network profondamente modificata, talvolta perfino alterata. Vigoreggia, invece, proprio la voglia di promuovere il valore della fotografia. La fotografia è a pieno titolo una forma artistica, un prodotto culturale che riflette la sua epoca e contiene un messaggio estetico, educativo e sociale. La fotografia è un’arte che richiede tempo, studio, pratica e dedizione.
La fotografia, in verità, è componente essenziale della nostra vita appunto perché comunica sensazioni fantastiche, produce emozioni straordinarie, diviene ‘memoria storica’, incancellabile. Evidenzia un potere di coesione costruendo un solido ponte sociale tra i protagonisti che utilizzano una forma di linguaggio semplice e complesso, al tempo stesso.
Le relazioni umane, che sono alla base del vivere civile, consolidano la consapevolezza del valore dell’unità di intenti, considerando, tuttavia, il contesto attuale contrassegnato da contrasti laceranti.
Ostacolando la condivisione rischiamo di trovarci ad osservare un panorama allucinante, disegnato da tante isole sparse qua e là senza ponti di collegamento tra loro. È un po’ come osservare terre deserte e aride, senza vita. La realtà, al contrario, è che nessun uomo può essere isola!
Non potremo, di conseguenza, essere autosufficienti né divenire autoreferenziali. Siamo parte del tutto! La sfida, allora, che è davanti a noi è quella di cercarsi, di trovarsi ed unirsi per resistere. Nati ‘per seguir virtute e canoscenza’ attraverso la fotografia rafforzeremo la nostra capacità comunicativa valorizzando anche la dimensione pedagogica.
“RESTITUIAMO ALLA FOTOGRAFIA LA SUA FUNZIONE SOCIALEE LEI SARÀ IN GRADO DI RISPECCHIARE QUELLO CHE A VOLTE ORMAI NON VEDIAMO PIÙ:LA NOSTRA UMANITÀ, LA PREZIOSITÀ DEI NOSTRI AFFETTI E LA DELICATEZZA DI TANTI SGUARDI, PROSPETTIVE E DETTAGLI”
Pensiamo che sia importante evidenziare i problemi e radunarci in questo spazio a discuterne per elaborare un piano di intervento. Viviamo in un’era digitale in cui dobbiamo abituarci alla convivenza di diversi livelli di fruizione dell’immagine e soprattutto dobbiamo imparare a trattare le immagini con l’attenzione che meritano.
Tutto questo, ed altro, lo facciamo con amore e professionalità seguendo linee etiche e portatrici di valori estetici che si sviluppano nel mondo sociale, nei territori, nelle varie culture e opinioni. Riteniamo che, una possibile valorizzazione e divulgazione della cultura in ambito fotografico, passi non solo dalla stessa fotografia, ma anche da altre forme d’arte e comunicazione, come il giornalismo, la musica, il cinema, la poesia, la scultura, la pittura, la letteratura, la psicoterapia, la moda, il design, la solidarietà e non solo.
Discipline che si intersecano lungo una linea di orizzonte comune. Infatti questa, la nostra vera essenza filosofica, è la direzione di marcia utile per interpretare, in maniera polisemantica, le nuove esigenze ed applicare nuovi paradigmi in uno scenario in continua evoluzione e mutazione. Sviluppare rapporti efficaci ed originali con gli operatori del settore della comunicazione e dell’arte, per contribuire alla realizzazione e gestione integrata della funzione della fotografia.
TUTTO CIÒ È CULTURA DI RICERCA.
“La filosofia di persone che si nutrono di fotografia e che vogliono essere protagoniste dello sviluppo del cambiamento”

Pamela Barba
Carla Cantore
Alessandro Capurso
Antonello Di Gennaro
Tommaso Putignano

Contatti:
lostatosocialedellafotografia@gmail.com


Mostra dedicata a Federico Fellini e alle "Moto del Maestro"

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RIMINI – Fellini e Rimini.

Fellini è Rimini. Uno dei registi più famosi della storia del cinema – al punto da diventare ‘aggettivo’ (felliniano) – ha indissolubilmente legato il suo nome alla città che gli diede i natali, omaggiata nel film premio Oscar “Amarcord” (1973), dove seguendo le vicende di Titta e della sua famiglia, si viene immersi nell’immaginario del regista, in un itinerario personale che tocca luoghi – il mare, il Grand Hotel, la piazza – e personaggi divenuti celeberrimi: la tabaccaia, la Gradisca, Volpina e, naturalmente, Scurèza ‘d Corpolò, il motociclista che sfreccia in alcune sequenze del film sul molo, sui resti del falò o tra la neve.

La moto di Scureza, ma anche il carretto di Zampanò e la Vespa de “La dolce vita” si possono ammirare ancora per qualche giorno grazie all’esposizione “Fellini. Le moto del Maestro” in corso a Le Befane Shopping Centre di Rimini, che si concluderà domenica 23 agosto 2020, realizzata dalla direzione del Centro commerciale in occasione del centenario dalla nascita di Federico Fellini (1920-2020) in collaborazione con il Museo del Sidecar di Cingoli.

L’evento è occasione per celebrare l’anniversario della nascita del Maestro riminese e riscoprire ancora una volta le sue opere nella città in cui ha vissuto gli anni della giovinezza, molti dei quali trascorsi con il fratello Riccardo ed un triciclo della Giordani a cui è dedicato uno stand della mostra. Fellini ha sempre amato la motocicletta. Da bambino le moto gli apparivano enormi ed il motociclista gli sembrava una creatura mitologica. Spesso è che così che ha voluto trasporre i sogni d’infanzia nelle sue pellicole. Ricordiamo ad esempio il centauro Scurèza ‘d Corpolò, figura mitica che appare improvvisamente in varie sequenze di Amarcord e, dopo veloci scorribande per il paese o lungo il molo, scompare di colpo. Altri veicoli importanti nella cinematografia di Fellini sono il motocarro di Zampanò e la Vespa dei paparazzi ne “La dolce vita”; non semplici comparse, ma oggetti entrati nell’immaginario collettivo. Un totale di 9 repliche sono allestite dal Museo del Sidecar di Cingoli e si trovano esposte insieme a gigantografie ed oggettistica che consentono al visitatore di immergersi completamente nella storia felliniana.

I VEICOLI IN MOSTRA
In mostra sono esposti, tra gli altri, il motocarro Guzzi Ercole, del 1950, utilizzato nella rappresentazione teatrale de “La Strada” (1954), film con Anthony Quinn e Giulietta Masina. Il girovago Zampanò attraversa l’Italia con la sua donna e il suo motocarro Sertum, che usa anche come casa e palcoscenico per i suoi spettacoli. Dal film è stato tratto un balletto teatrale in cui viene utilizzato un motocarro simile, un Guzzi Ercole, anch’esso allestito secondo le esigenze sceniche. E poi il motocarro Innocenti FD 125 C, del 1952, de “Le notti di Cabiria” (1957). In questo film Fellini racconta la miseria di una donna che per sopravvivere è costretta a fare il mestiere più antico del mondo. Uno dei clienti di Cabiria – interpretata da Giulietta Masina, compagna di vita del maestro – si presenta a bordo di un motocarro Innocenti 125, un veicolo commerciale tipico degli anni ’50.

E ancora la mitica vespa 125 del 1959 – anch’essa originale – utilizzata dai fotografi d’assalto per la sua praticità nel traffico angusto di Roma, de “La Dolce Vita” (1960). Il film, con Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, è una pietra miliare nella cinematografia mondiale, e un vero e proprio fenomeno mediatico. Vennero imposti nella memoria collettiva termini come ‘paparazzo’ (dal nome del fotografo collaboratore del protagonista) e ‘dolcevita’ (che da lì in poi indicherà il tipo di maglia a collo alto). Tra gli altri mezzi allestiti c’è anche il Gilera Saturno sidecar, del 1953, de “I Clowns” (1971). Si tratta di una sorta di documentario in cui il regista rievoca la sua infanzia. Fellini è il bambino che vede il tendone del circo che sta per essere montato e i clowns gli ricordano alcuni personaggi che ha conosciuto nella realtà. Tra questi un capostazione molto preso dal suo ruolo e un ufficiale che gira a bordo di un sidecar Gilera.

In “Roma” (1972) poi, tra le altre, ecco una Laverda 750 S, del 1970. Il film è un ritratto della capitale negli anni ’30 vista dagli occhi di un giovane di provincia che arriva alla Stazione Termini. Nel finale, ambientato negli anni ’70, un gruppo di motociclisti, visti come i nuovi “Barbari”, invadono le vie di una Roma notturna e confusionaria mentre la Polizia cerca di riportare l’ordine.

Tra gli altri cimeli alla mostra riminese è possibile ammirare anche la Harley-Davidson WL 750, del 1932, di “Amarcord” (1973), il film più autobiografico di Fellini. Il regista ricorda infatti il periodo della sua adolescenza in una Rimini caratterizzata da personaggi straordinari come il motociclista Scurèza ‘d Corpolò che sfrecciava per il paese cavalcando, appunto, la sua poderosa motocicletta. In pochi secondi Fellini consegna alla storia l’archetipo del motociclista: un personaggio mitologico che ricorda il centauro o il cavaliere, dai lineamenti poco chiari ma dalla grande imponenza. Anche ne “La città delle donne” (1980) la componente surreale è predominante: un’incursione nel pianeta delle donne e del loro ruolo all’interno della società. La moto è come la donna, simbolo di sessualità ma poco comprensibile per l’uomo, in questo caso Marcello Mastroianni ha la parte dell’incauto Snaporaz e la moto, in mostra, è una Guzzi 500 Superalce, del 1949.

Ne “La voce della luna” (1990), l’ultimo film di Fellini – un testamento spirituale e cinematografico – si narrano le gesta di due personaggi (Paolo Villaggio e Roberto Benigni) che inseguono i loro sogni e ascoltano la voce della luna che sale dai pozzi. Ma scopriranno che la realtà è spesso molto più dura dei sogni: ad esempio una donna lascia il marito per un motociclista che la chiama ‘dinamite pura’, un nomignolo che potrebbe tranquillamente dare alla sua Ducati Indiana 650 – in mostra – descritta da Fellini nella sceneggiatura originale come una “… mastodontica Harley-Davidson”.

Fellini. Le moto del Maestro
Rimini, Le Befane Shopping Centre
8-23 agosto 2020
Ingresso libero
© ADG | CC

Punto Interrogativo

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Mercoledì 17 giugno 2020 ore 18,30
Sulla pagina facebook di INTERNO GIORNO https://www.facebook.com/contestinternogiorno/
Incontro in diretta streaming

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Siamo arrivati ad un bivio.
Il nostro punto interrogativo a cui daremo risposta durante questo incontro online. Presentazione di un nuovo progetto, una nuova idea.
Lo staff

Pamela Barba
Carla Cantore
Alessandro Capurso
Antonello Di Gennaro
Tommaso Putignano
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