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Nobuyoshi Araki

Nato a Tokyo il 25 maggio 1940, dopo aver studiato fotografia e cinema presso la Chiba University, si trasferisce, per lavorare in un’agenzia pubblicitaria, a Dentsu. Influenzato dal neo-realismo italiano e dalla Nouvelle Vague francese inizia a scattare in maniera ossessiva. Nell’agenzia pubblicitaria conosce la sua futura sposa Yoko. Dopo il matrimonio, Araki pubblica una raccolta di fotografie, 1971 scattate alla moglie durante il loro viaggio di nozze. Yoko muore nel 1990 di cancro alle ovaie. Le foto dei suoi ultimi giorni vengono pubblicate dall’artista giapponese in un libro intimista dal titolo Winter journey. Con questo libro vince il Domestic Photographer’s Award alla settima Hishikawa International Photo Festival.
Nel corso della sua carriera il fotografo giapponese ha pubblicato più di 400 libri ed è considerato uno degli artisti più prolifici di sempre. Ha lavorato per diverse riviste tra le quali anche Playboy, Déjà-Vu ed Erotic Housewives. In occidente il suo lavoro è diventato noto grazie alla mostra Akt Tokyo di Gratz, nel 1992. Da allora ha esposto in mostre personali a Vienna, Parigi, Londra, Roma, Taipei e Londra. Nel 1999 il Museum of Contemporary Art di Tokyo ha organizzato la mostra Sentimental na Shashin, Jinsei (Fotografie di vita e sentimentali). Nel 2005, Travis Klose ha girato il documentario “Arakimentari”, sulla vita e il lavoro di Nobuyoshi Araki. Le sue opere sono state esposte tra gli altri al Tate e al San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA). Nel 2008 gli stato è diagnosticato un cancro alla prostata, rimosso con successo con un intervento chirurgico.
L’arte del fotografo giapponese si muove sul confine tra l’accettabile e il pornografico. In costante equilibrio tra tradizione e innovazione, in un teatro dove si incontrano e si scontrano passato e presente, le sue ragazze posano disinibite. Immagini di giovani donne legate con delle corde in stile Kinbaku, appese ai soffitti, distese sui tatami, o ritratte in camere d’albergo. La donna e Tokyo divengono assolute protagoniste di un racconto in polaroid. Bianchi e neri e pellicole ritoccate a mano che esplorano i confini tra il sacro e il profano e la realtà e la finzione.Il percorso espositivo svela i temi classici della sua produzione fotografica: ritratti, nudi, composizioni floreali, città metropolitane. Il tutto rielaborato attraverso interventi diretti sulle stampe grazie a sequenze organizzate di immagini e grazie al recupero di negativi realizzati nei passati decenni.In questi ultimi lavori la figura femminile appare meno ostentata, come evocata. L’universo femminile rimane per l’artista giapponese un mistero che non si stancherà mai di esplorare: “Dirò una cosa che potrà sembrare estrema, assurda” ha detto Araki al curatore Moggia. “Io non so nulla sulla natura delle donne. Attraverso l’obiettivo cerco di arrivare all’essenza delle cose e, nel caso delle donne, di ciò che sono, il loro vivere quotidiano oppure la loro sessualità. Tutte però sono diverse l’una dall’altra, per questo continuo a scattare”. Nelle fotografie figure di danza della ballerina Kaori, bambole e altri pupazzi che da sempre popolano il mondo onirico del fotografo di Tokyo.Nei suoi lavori i temi dell’eros e della morte tornano costanti: “Dopo la reincarnazione nella mia nuova vita, fotografia sarà ancora la prima parola che pronuncerò. La fotografia è stata come un contratto lungo quasi sessant’anni. – La fotografia è amore e morte – sarà il mio epitaffio.”Araki appartiene a una generazione di artisti nipponici emersa nel 1960, mentre il Giappone stava sperimentando uno sviluppo economico radicale e un’urbanizzazione senza precedenti a seguito del dopoguerra. La fotografia stava evolvendo rapidamente sia nelle sue forme tradizionali, come il fotogiornalismo, sia nella pubblicità e nell’arte. Il suo sguardo è stato influenzato dalle trasformazioni sociali, dai cambiamenti culturali e dal consumismo.
©ADG




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