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JAMES BOND TRA I SASSI

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Il 27 settembre 2021 si inaugura a Matera alle ore 19:00 in via delle Beccherie, 41 Matera,
presso la Arti Visive Gallery la mostra fotografica “James Bond tra i Sassi” del fotografo e redattore free lance Roberto Montanari.
L’evento è promosso, sostenuto e organizzato dal MIP Matera International Photography e
dal CNA Comunicazione e terziario avanzato – Sez Fotografia.

Il Progetto fotografico è stato realizzato durante le lavorazioni del film ‘No Time To Die’, negli antichi rioni Sassi di Matera nel 2019. Il film sarà presentato al pubblico in occasione della prima mondiale a Londra e la prima nazionale a Matera.

Un importante evento che si aggiunge alla lunga lista di produzioni cinematografiche a livello
internazionale nella città di Matera.
L’esposizione sarà accompagnata da una slide show, per raccontare con gli occhi del reporter:la tecnologia, la professionalità del cast e dei tecnici, la solidità della produzione impreziosite dallo sfondo unico degli antichi rioni Sassi di Matera.
Le fotografie realizzate nello stile del reportage, dal fotografo osservatore non inviato, si propongono di fissare nella memoria collettiva il passaggio del ruolo dei Sassi di Matera, da protagonisti dei film storico religiosi, già cambiato con la realizzazione di un'altra produzione e di due fiction, a protagonisti del moderno cinema d’azione e, di sottolineare il ruolo mai tramontato della fotografia di reportage come testimonianza di momenti storici.

Nella serata inaugurale saranno presenti: l’autore Roberto Montanari, il Direttore artistico del
MIP Antonello Di Gennaro e la Presidente Carla Cantore, il presidente CNA Basilicata Leo Montemurro, Mino Di Pede e Franco Di Pede della Arti Visive Gallery. Il progetto è stato reso possibile grazie alle aziende
private sensibili allo sviluppo culturale del nostro meraviglioso territorio.

Ufficio Stampa MIP
www.materainternationalphotography.com


Ingresso libero con green pass
tutti i giorni - orari 17,30 / 20,30

SENZA CONFINI - Mostra fotografica

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Ideata, realizzata e organizzata da:

Matera International Photography
Lo Stato Sociale della Fotografia
Studio Arti Visive Gallery
CNA


SENZA CONFINI
Un evento di fotografia che vuole onorare i vari autori, pensatori, artisti che hanno contribuito con la loro personalità sincera e libera, a edificare un nuovo rifugio di idee e creatività; creando durante la pandemia, che ha stravolto le nostre esistenze, un lungo viaggio virtuale di fotografia e non solo. Del resto, quello che continueremo a fare sarà seguire una direzione che si modella e si accresce a ogni nuovo incontro.

Lo Stato Sociale della Fotografia è divenuto uno spazio dove ognuno ha storie da custodire e storie ancora da raccontare, “oltre ogni confine”.

Ecco quindi, concretamente, qui, nella città Capitale Europea della Cultura 2019, Matera, che presentiamo alcuni degli autori della nostra rubrica: “Fotografia & Dintorni”:

Corrado Amitrano
Graziano Bartolini
Salvatore Benvenga
Michele Carnimeo
Paolo G. De Maio
Franco Donaggio
Mario Ferrara
Pierfranco Fornasieri
Enrico Genovesi
Bruna Ginammi
Pierpaolo Mittica
Stefano Pia
Stefano Stranges
Pio Tarantini
Roberto Toja


I Curatori: Carla Cantore, Pamela Barba, Alessandro Capurso, Tommaso Putignano e Antonello Di Gennaro Vi invitano a visitare questo interessante progetto di cultura della Fotografia autoriale del contemporaneo, “realizzato senza l’intervento finanziario ed economico sia privato che pubblico” dal:

18 al 31 agosto 2021 c/o Studio Arti Visive Gallery – Via delle Beccherie, 41 75100 - MATERA

La galleria rispetta le regole secondo le modalità previste dalla legge vigente in materia anticovid.

INGRESSO GRATUITO

Vernissage 18 agosto 2021 ore 19.00
Apertura: Tutti i giorni 17:00 | 20:00 - Lunedi CHIUSO

www.materainternationalphotography.com
Info. 393 6500 200
Responsabile della Comunicazione: Antonello Di Gennaro +39 393 6500 200 fotoadg@gmail.com






NASI FUORI DALLA PORTA - 15 GIUGNO 2021 URBAN GAME GRATUITO

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Appuntamenti dinamici dentro e fuori casa.
4 LABORATORI DI FOTO _ METODOCAVIARDAGE®


MARTEDI’ 15 GIUGNO 2021 H20.30 - 21.30 | Incontro introduttivo – URBAN GAME gratuito.

MARTEDI’ 22 GIUGNO 2021 H 20.30 – 22.30 | #1 CASA DOLCE CASA

MARTEDI’ 29 GIUGNO 2021 H 20.30 – 22.30 | #2 COSI’ VICINI COSI’ LONTANI

MARTEDI’ 6 LUGLIO 2021 H 20.30 – 22.30 | #3 MEMORY

MARTEDI’ 13 LUGLIO 2021 H 20.30 – 22.30 | #4 TUTTA MIA LA CITTA’


Progetto ideato e creato:
Carla Cantore: fotografa, Formatrice Certificata Metodo Caviardage® -
Elena Urzi: Photo Coach, Formatrice Leader del Metodo Caviardage® Scuola e Rda.

Sono appuntamenti per gente curiosa.

Online su piattaforma Zoom.

Posti limitati.
Costo € 25 singolo laboratorio; € 80 tutti i laboratori.
Per info e iscrizioni: 3482774207 - carlacantore4@gmail.com

Word Press Photo 2021: i finalisti

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tags » wordpressphoto2021, fotogiornalismo,

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I fotoreporter della maggiori testate editoriali internazionali, come Bbc, Cnn, Le Monde, El Pais, National Geographic, ogni anno partecipano al Word Press Photo e gareggiano per il titolo nelle diverse categorie del premio di fotogiornalismo più importante e conosciuto a livello mondiale, dedicato al racconto degli eventi dell'anno precedente attraverso le fotografie.

Per la prima volta nella sua storia, la valutazione del concorso World Press Photo 2021, a causa della pandemia, è avvenuta nel gennaio 2021 online, con sette giurie specializzate presiedute da NayanTara Gurung Kakshapati e Muyi Xiao che hanno selezionato le migliori immagini e storie in ciascuna delle otto categorie del concorso.

Quest’anno, 4.315 fotografi da 130 paesi hanno presentato 74.470 immagini.

In totale i fotografi finalisti sono 45 tra cui ci sono tre finalisti italiani:
Antonio Faccilongo, fotografo pluripremiato, in gara con una storia fotografica sulla relazione d’amore tra i prigionieri palestinesi e le loro mogli, in attesa da anni del loro ritorno. Gli uomini sono costretti a contrabbandare fuori dalle prigioni il proprio seme per cercare di concepire, impossibilitati anche solo ad abbracciare le persone amate.

Gabriele Galimberti il quale è riuscito a conquistare uno dei premi della sezione «portraits» del Wpp grazie a The ‘Ameriguns’, una ricerca fotografica sul rapporto fra gli americani e le armi.

Lorenzo Tugnoli dell’agenzia Contrasto, già vincitore del Pulitzer nel 2019 e dello stesso World Press Photo è nuovamente candidato per quest’ultimo premio, nella categoria Spot News del 2021, per il servizio effettuato al porto di Beirut subito dopo la devastante esplosione dello scorso 4 agosto; insieme a Evelyn Hockstein; Valery Melnikov, Luis Tato.


I vincitori saranno annunciati il 14 aprile.

Frammenti di vita

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Un centesimo di secondo qui,
un centesimo di secondo là…
anche se li metti tutti in fila,
rimangono solo un secondo, due,
forse tre secondi…
strappati all’eternità.

Robert Doisneau



Questo XX secolo, chiamato “secolo breve” da Eric Hobsbawm, potrebbe essere definito come il secolo dell’immagine, dell’immagine del tipo fotografico. Prima la fotografia, poi il cinema e dopo la televisione. Ad ogni grande evento, ad ogni grande personaggio corrisponde una immagine che lo testimonia e ne diventa l’icona nella mente degli esseri umani che sono cresciuti nel ventesimo secolo. Basta pensare a qualche avvenimento o a qualche persona e troveremo con facilità una immagine fotografica che lo rappresenta.
La fotografia è penetrata in maniera forte nella nostra vita, nelle nostre relazioni, nel nostro rapporto con il mondo e con la memoria.
C’è la credenza che la fotografia non è un equivalente, un “segno” di quello che ritrae, ma è la cosa stessa che rappresenta! Ci si dimentica che essa è una costruzione simbolica non la testimonianza oggettiva del mondo. In quanto sappiamo bene che non esiste un’unica realtà ma più realtà, a seconda dei punti di vista. Il fotografo nel momento in cui scatta delle fotografie compie delle scelte: di essere più vicino o lontano dal soggetto, di utilizzare un certo obiettivo, un iso o una certa luce, ma soprattutto ha la possibilità di togliere l’elemento principale della realtà il colore, anche se esso non viene visto nello stesso modo da tutti, il colore è arbitrario, e cambia anche esso a seconda della luce, però nonostante questo l’osservatore guardando una immagine continua a dire di vedere “un ragazzo con i jeans blu e la maglietta rossa”, questo porta la fotografia ad essere una rappresentazione soggettiva della realtà.

“Una fotografia evoca la presenza tangibile della realtà in modo più convincente di qualsiasi altro genere di immagine” John Szarkowski [1]

Le fotografie hanno però un qualcosa di magico, possono sembrare dei semplici pezzi di carta dove è impressa matericamente in maniera bidimensionale la visione del fotografo, invece se sono considerate in maniera attenta portano l’osservatore a trovarsi in quel luogo e in quell’istante, ovvero essa contiene emozioni, storie e ricordi che possono essere colte solo se vengono puliti gli strati superficiali che compongono l’immagine e la si analizza in maniera più profonda. La fotografia ha però anche un'altra prerogativa, oltre a darci un frammento di una immagine del mondo, è anche una istantanea di un istante, ne costituisce una fetta di spazio-tempo. Abbiamo l’illusione con la fotografia di fermare il tempo e così per noi essa preserva quell’istante. Le fotografie, rappresentano il nostro “pensiero visivo” che ha la caratteristica di far cogliere nella simultaneità tutto ciò che la parola ha bisogno di distribuire nella durata. Le fotografie descrivono solo il presente, rappresentato nel “momento decisivo” come lo definiva Cartier-Bresson perché in quel momento tutto è giunto ad un equilibrio, a una nitidezza ad un ordine: che porta a scattare e a trasformare in un istante l’immagine in fotografia.

“Noi fotografi abbiamo a che fare con oggetti che vanno sparendo di continuo e, quando sono del tutto spariti, nessuno strumento terreno potrà mai farli ricomparire. Non possiamo che sviluppare e stampare un ricordo” Henri Cartier-Bresson [2]


Carla Cantore Fotografa | Arteterapeuta

Bibliografia
[1] John Szarkowski (2007) p. 11 L’occhio fotografico. © 5 Continents Editions, Milano
[2] ibidem pag. 112



Dalla fotografia singola al fotoracconto.

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La fotografia dal 1839 anno convenzione della sua nascita, in cui veniva denominata dagherrotipia dal nome del suo inventore Louise Jacque Mondè Daguerre, ha avuto un forte impatto sulla società e diverse sono state le reazioni rispetto alla sua creazione.
Dal punto di vista tecnico l’immagine nel XIX secolo, veniva generata tramite la camera oscura, veniva fissata chimicamente su un supporto di vetro o di carta, non era a colori, ed era sorprendentemente somigliante al soggetto ripreso, paesaggio o essere umano.
Per la prima volta l’uomo poteva concepire e conservare immagini senza doverle produrle manualmente, ma con l’ausilio di uno strumento: la macchina fotografica.
Le reazioni furono contrastanti rispetto a questa nuova scoperta. Alcuni ne divennero ammiratori tra cui Emile Zolà, per il valore che aveva la fotografia di ritratto preciso e imparziale della realtà; altri, invece, la criticarono aspramente tra questi Charles Baudelaire, nel suo “Il Pubblico Moderno e la Fotografia” del 1859.
Baudelaire sebbene la disprezzasse si fece ritrarre da Daguerre e Nadar, considerati i maggiori fotografi della sua epoca. Egli quindi rimase affascinato dalla immediata capacità della fotografia di bloccare il tempo e di lasciare un’immutabile traccia di se stessi nel futuro, desiderio di ogni artista.

La fotografia fin dalla sua nascita ha aperto diversi dibattiti: sulle sue qualità artistiche (la fotografia e arte?), sulle sue caratteristiche (di documento e testimonianza attendibile della realtà) e della sua influenza sulla società e sul suo rapporto con la realtà e così via.
A causa dei costi delle attrezzature e della stampa, inizialmente era un privilegio solo delle classi agiate, con l’avvento del digitale, quasi tutti hanno scattato una fotografia o comunque ne hanno conservate qualcuna, per cui la fotografia è diventata di uso popolare, familiare e di grande impatto sociale.

Inizialmente proprio grazie alla possibilità che veniva offerta dalla fotografia di raccogliere informazioni, venne utilizzata come mezzo di documentazione, e da qui, nacque il fotogiornalismo che veniva impiegato soprattutto per far conoscere la crudeltà della guerra.

“Molte riviste si cimentavano con moderne impaginazioni in cui le fotografie creavano un vero e proprio racconto che, opportunamente titolato e disalcalizzato, poteva vivere di vita autonoma, indipendentemente dal testo dell'articolo. Nasceva insomma il fotogiornalismo nella sua accezione moderna che negli anni tra il primo dopoguerra e quelli della guerra fredda degli anni cinquanta avrebbe vissuto la sua stagione d'oro: poi l'avvento dell'informazione televisiva ne avrebbe decretato il lento declino anche se le sue numerose trasformazioni ne avrebbero consentito la sopravvivenza fino ai nostri giorni”
[1]

Negli anni compresi tra le due guerre mondiali, non ci furono fotogiornalisti di spicco. Molto significativa fu l’esperienza, però, della rivista “Illustrazione Italiana” che diede grande risalto all’ immagine fotografica e introdusse il fotoracconto.
Negli Stati Uniti, invece, nasceva la rivista, Life, la quale grazie alla sua notevole disponibilità economica, poteva disporre dei fotografi migliori a cui veniva affidato il compito di percorre il mondo intero per documentare gli aspetti naturalisti e umani, i moti e le situazioni sociali.
Questo permise alla rivista Life di avere una grande forza nella documentazione fotografica rivolta ad un pubblico più vasto non solo americano.

I fotografi grazie alla possibilità di utilizzare macchine fotografiche di piccolo formato, e ai nuovi mezzi di trasporto sempre più veloci, che consentivano di essere presenti in ogni parte del mondo, ebbero la possibilità di diventare autori di servizi fotografici “i fotoracconti” i quali erano in grado di rispondere alle necessità del pubblico che mostrava interesse e voleva approfondire le informazioni visive del mondo. Così si ribaltò la situazione nel rapporto foto/testo, i fotoracconti erano autosufficienti e i testi diventarono didascalie a corredo delle immagini, non era più il testo a dominare le fotografie ma esso andava solo ad arricchire le immagini.

La fotografia viene quindi utilizzata come strumento di documentazione, di fatti storici, sociali, e la figura del fotografo assume un ruolo importante, diventa considerevole il suo punto di vista, cosa lui sceglie di osservare e fotografare, e cosa e chi sceglie di “immortalare”.

Tutto ciò è influenzato dalle dinamiche interne del fotografo, da un continuo dialogo dinamico “dentro-fuori” di sé, che porterà a realizzare e a contraddistinguere le sue immagini.
Mario Calabresi, giornalista e direttore della Repubblica scrive a tal proposito che “W. Eugene Smitih, uno dei padri del fotogiornalismo moderno, sposava fino all’estremo i temi dei suoi reportage, con una ossessione per il rigore e per l’estetica. Rifuggiva L’idea dell’immagine singola, della foto solitaria, per lui tutto aveva senso solo all’interno di un’indagine, di una storia”
[2]

Nel suo testo “Camera chiara” Barthes (1980) parla di studium e punctum in riferimento alla foto. Attraverso lo studium, il lettore entra in una relazione seria, educata, razionale col fotografo, discute con lui, ascolta le sue ragioni, si fa un'opinione. Lo studium educa.
La cosa che cerchiamo in una foto, che spiega la foto, per Barthes è lo studium. Che è il significato generale, premeditato e predisposto, potremmo dire il messaggio intenzionale che una fotografia vuole trasmetterci. Che il punctum non si cerca: ti viene a cercare. Che non si spiega: è lui che spiega noi. E’ quel dettaglio che disorienta l’osservare, senza che egli possa dare una spiegazione, un motivazione; aprendo di fronte ai suoi occhi “uno spazio illimitato di emozioni, di interrogativi e di rimandi ad esperienze già vissute.”
[3]

© Carla Cantore

Bibliografia:
[1] Pio Taranti (2011) FOTOGRAFIA Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile.
[2] Mario Calabresi p.170 (2013) A occhi aperti. Contrasto S.r.l. Roma
[3] Claudio Marra p. 86 (1990) Scene da camera. Edizioni Essegi, Ravenna.

La rappresentazione dei fotografi di emigranti e immigrati

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Si può facilmente constatare come la società contemporanea stia dando una priorità sempre più rilevante alle immagini, anziché alla scrittura, quale mezzo di comunicazione diretta. Abbondano le fotografie di visi, di corpi, dei beni più diversi e dei luoghi più remoti, sempre a portata dei nostri occhi: sui giornali, nelle riviste, alla televisione, sui cartelloni pubblicitari e, in tempi più recenti, sui social network. Tuttavia, nel considerare le fotografie come messaggi che arrivano fino ai nostri giorni, allo storico spetta il compito di svelare la trama dei segni che li compongono. Questo significa diffidare della «naturalità» apparente dell’informazione trasmessa.

E ancora, nell’interpretare il «significato» delle immagini, appare necessario comprendere che esse sono parti costitutive di un messaggio molto complesso, fatto anche di parole. Per tali motivi ritengo preziose e strumentali le questioni trattate dalla storica Paola Corti nel suo lavoro Emigranti e immigrati nelle rappresentazioni di fotografi e fotogiornalisti, che consente ai lettori di cogliere nelle fotografie sulle migrazioni italiane l’istante nel quale il futuro si è annidato nel passato.

In questo futuro ci sono i flussi migratori manifestatisi tra la fine dell’Ottocento –momento nel quale milioni di italiani partirono – e gli ultimi due decenni quando l’Italia è passata ad accogliere gli immigrati. Se, da un lato, si constata che la direzione degli spostamenti ha invertito il proprio senso; dall’altro, si osserva un mutamento nella percezione dei suddetti processi migratori da parte della società italiana, un cambiamento nel quale i mezzi di comunicazione hanno giocato un ruolo chiave nell’anticipare e nel diffondere l’immaginario visivo sulle migrazioni. Per comprendere tale congiuntura, l’autrice ha analizzato un insieme di fotografie dell’esodo italiano successivo alla Seconda guerra mondiale, scattate da fotoreporter italiani, in relazione alle immagini prodotte durante la prima grande emigrazione italiana verso gli Stati Uniti.

In seguito, queste immagini sono state messe a confronto con quelle che ritraggono la recente immigrazione straniera in Italia, fatte dagli autori freelance e pubblicate in periodici e cataloghi fotografici su questa tema. Dall’analisi delle immagini fatte dai fotogiornalisti italiani nel secondo dopoguerra, si scopre che sono stati immortalati sostanzialmente quegli istanti del passato nei quali gli individui transitavano per le stazioni dei treni e per i posti di frontiera, ossia, le località di partenza e di passaggio. Non manca neppure la documentazione visiva delle località di arrivo, e in queste, immortalate dalle fotografie, ci sono le condizioni di privazioni nelle quali vivevano gli immigrati italiani nei nuovi paesi di accoglienza, così come le precarie abitazioni familiari, gli alloggi dei lavoratori e le degradanti condizioni di lavoro dei minatori nei paesi europei, come il Belgio e la Svizzera.

Ora, un’importante rivelazione si riferisce al fatto che tali costruzioni visive erano in armonia con la rappresentazione dell’emigrazione nella cinematografia italiana dell’epoca. Così, il cinema si immerse nel clima di crisi economica, politica e sociale dell’Italia del secondo dopoguerra e poi si erse a critico di questa realtà con veri capolavori che narravano la dura vita quotidiana degli italiani in altri paesi e in altri mondi. In questo senso, accanto alla critica, il cinema descrive minuziosamente il tragitto che milioni di italiani percorsero: rappresenta i luoghi di partenza e di arrivo, confronta modi, gesti e comportamenti, allo stesso tempo in cui narra l’ambiguità di cosa significhi «essere italiano» all’estero.

Infine, è l’esame delle fotografie relative all’immigrazione straniera contemporanea nell’Italia che ritengo cruciale e prezioso per confermare il ruolo dei mezzi di comunicazione nella costruzione e nella divulgazione di una certa percezione dei fenomeni migratori. Tale percezione, in un primo momento, si mostrò benevola, pietosa e solidale per quanto riguardava il diritto di ogni individuo a continuare la propria vita in un qualsiasi luogo del mondo in cui si senta realizzato.

Però, in un secondo momento, l’immagine che è prevalsa nella produzione fotogiornalistica recente, si è distinta nel registrare e nel divulgare fino allo sfinimento il viaggio e l’arrivo degli immigrati sul territorio italiano, a centinaia e a migliaia. Di conseguenza, il presente si è tinto con i colori della paura di una «invasione» e ha virato verso l’intolleranza. E il futuro? Il futuro, afferma Paola Corti, può stare negli occhi e negli obiettivi degli autori freelance, forse nell’indipendenza, ma certamente nell’originalità delle loro fotografie; alla stessa maniera può essere affidato alle narrative dei cataloghi che trattano della tematica dell’immigrazione. Ma, soprattutto, sta nell’interazione imprescindibile tra i tre testi: quello visivo, quello orale e quello scritto; ossia nei nuovi messaggi elaborati con immagini e parole.

Antonello Di Gennaro - Direttore artistico

LONDON di Gian Butturini - Save the book

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Evento zoom con la presenza della curatrice della mostra Gigliola Foschi.

Intervento di Oreste Pivetta giornalista e scrittore.

A seguire microfono aperto con diversi interventi moderati da Giuseppe Ricca, da parte di Tiziano Butturini, Alessandro Tintori, Giovanni Marvaldi, Marta Butturini, Ken Damy, Federico Montaldo, Gianluca Cettineo, Michel Guillet, Antonello Di Gennaro, Myriam Criscione, Vincenzo Cottinelli, Carla Cantore, Walter Pescara, Sara Montani, Oreste Pivetta, Federico Montaldo, Emilio Carlucci, Daniele Ugoretti, Anna Pirolano, Oreste Pivetta, Nando Bartiati, Davide Pinardi, Carlo Delli e Alessandro Roversi.

SAVE THE BOOK London by Gian Butturini, a cura di Gigliola Foschi e promossa dall’Associazione Gian Butturini, è la mostra che dal 10 al 23 dicembre sarà allestita allo Spazio d’Arte Scoglio di Quarto a Milano, visitabile in uno slide-showonline 24h su 24 collegandosi al sito www.gianbutturini.com oppure recandosi in galleria.

Trenta fotografie per restituire dignità intellettuale all’uomo prima ancora che al fotoreporter Gian Butturini, da sempre impegnato a denunciare disuguaglianze, disagi e povertà, dolori e umiliazioni, guidato dalla convinzione che le immagini abbiano una forza intrinseca capace di abbattere muri, censure e conformismi.


Per vedere la diretta zoom cliccare qui

Aperta la mostra LONDON di Gian Butturini

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Aperta la Mostra fotografica SAVE THE BOOK London by Gian Butturini a Milano presso lo Spazio d'Arte Scoglio di Quarto.

Visite su prenotazione ore 17-19.

Online su www.gianbutturini.com

TALK - 18 NOV 2020 URBANSCAPE

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Mercoledi 18 Novembre alle ore 18:30 dalla pagina di Facebook : Lo Stato Sociale della Fotografia andrà in onda una talk con l'editore ISP Angelo CUCCHETTO e il fotografo Antonello DI GENNARO, uno dei 19 autori selezionati aper la realizzazione del progetto "Urbanscape Le città si raccontano" interveranno in un programma visibile a tutti, gratuitamente.

Questo volume esplora la complessa relazione che esiste tra lo spazio edificato dagli umani e la sua traduzione in immagini.
Una relazione affascinante che esiste fin dall’inizio dell’invenzione della fotografia. Basti pensare alla famosa veduta del Boulevard du Temple presa nel 1838 da Louis Daguerre dalla finestra del suo studio parigino. Già in quella immagine primigenia sono contenuti i caratteri essenziali di luogo, tempo e spazio che si ritrovano ancora oggi in ogni fotografia della scena urbana.
La città è un palcoscenico ideale nel quale la presenza umana può essere assente, evocata o anche presente, ma mai preponderante. Le tracce delle esistenze sono disseminate in ogni angolo edificato, sotto ogni luce con ogni durata di tempo. Sta al fotografo mettere in azione il meccanismo visivo che trasferirà in immagini compiute il complesso fluire delle percezioni dirette. L’osservazione attenta e insistita è la chiave per estrarre le descrizioni visive più efficaci, quelle che trasferiscono il pensiero dalla scena in se stessa alle relazioni possibili con altri significati nascosti sotto l’apparenza banale del quotidiano.
In questo senso, la selezione dei 20 autori qui pubblicati offre una molteplicità di approcci e soluzioni davvero interessanti. Inizialmente l’idea curatoriale voleva attenersi alla massima neutralità: un elenco alfabetico di autori.
Nella dialettica fertile che ha accompagnato questo progetto, è però alla fine prevalso l’orientamento di dare delle indicazioni sulle possibili linee prevalenti di ricerca che si potevano rinvenire nei lavori scelti.
Ecco quindi la divisione della pubblicazione in sezioni dai titoli evocativi. Accenni interpretativi, senza la volontà o la pretesa di costituire binari o schemi, ma solo suggerimenti di orizzonti che chi vorrà potrà confermare o abbandonare a seconda della propria sensibilità.
Il libro, a cura di Fulvio Bortolozzo, presenta i lavori di 20 Autori, con copertina rigida cartonata.
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